Proteste, ritiri e tensioni geopolitiche hanno segnato la Biennale. Tra i padiglioni di Venezia, l’arte ha trovato nuovi linguaggi per raccontare conflitti, memoria e dissenso.
A novembre la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte chiude un’edizione senza precedenti: l’anno di “In Minor Keys”, che Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025, voleva un invito ai toni bassi, è stato il più rumoroso di sempre. Tutto è partito dal ritorno della Russia nel padiglione ai Giardini, chiuso nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina e passato alla Bolivia nel 2024. La decisione, difesa da Pietrangelo Buttafuoco in nome dell’autonomia dell’ente, ha portato la protesta di Kyiv, le mobilitazioni contro Israele, la revoca di due milioni di fondi europei e l’assenza del ministro della Cultura.
Le proteste e il ritiro di oltre cinquanta artisti

Martin Janecký Dialog, 2025 vetro scolpito a mano
Il 22 aprile la giuria presieduta da Solange Farkas ha escluso dai premi i Paesi i cui vertici sono incriminati dalla Corte Penale Internazionale, per poi dimettersi in blocco. Sono seguiti i Leoni dei Visitatori votati dal pubblico, il ritiro di oltre cinquanta artisti e, a maggio, la chiusura di padiglioni nello sciopero pro- Palestina. Ridurla alla cronaca delle tensioni sarebbe però ingeneroso. Il 6 maggio i tre padiglioni baltici hanno organizzato una camminata per gli operatori culturali ucraini, dalla sede lituana alla lettone in Arsenale fino all’estone, sul modello della catena umana della Via Baltica del 1989. La Lettonia ha diffuso l’emblema Death in Venice di Kriss Salmanis, mentre Egl ė Budvytyt ė ha costruito il padiglione lituano attorno a Marija Gimbutas, l’archeologa fuggita dall’URSS, che dà profondità storica alla minaccia russa.
Il padiglione della Bulgaria e i linguaggi digitali alla Biennale

Bugarin + Castle, Mr. Mimic [Submit to Sound], 2026, foto (dettaglio), courtesy the Artists and Scotland + Venice © Bugarin + Castle
A Palazzo Franchetti la Fondazione Berengo, con Jean Blanchaert, ha confrontato due modi di lavorare il vetro: le barche colate di Bertil Vallien e le figure che Martin Janecký modella dall’interno del vetro incandescente. Sull’altana di Palazzo Querini, Jeremy Deller ha esposto lo striscione The Constant Buzz of a Drone, curato da Davide Trabucco e leggibile dalla Giudecca: quel ronzio è l’ultimo suono udito da molte vittime dei conflitti. Una grande esposizione e al contempo il suo contrario, come dimostrano i 42 manifesti che non vendono nulla e attaccano il mercato dell’arte, sparsi da Patrick Mimran tra Piazzale Roma e Murano.
Articolo tratto dal numero autunnale di Robb Report Italia
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