Rosewood porta a Milano quindici lampade di Andrea Branzi e una nuova generazione di designer.
Milano durante la Design Week funziona come una città nella città. I cortili si trasformano in gallerie, i palazzi in luoghi di passaggio e le installazioni costruiscono percorsi che durano pochi giorni e restano nella memoria per anni. Rosewood sceglie di partire da una figura che ha attraversato il design italiano del Novecento con uno sguardo sempre aperto: Andrea Branzi.
Per il debutto del brand alla Milano Design Week 2026, nasce “Objects that Speak. A Conversation Continued with Andrea Branzi”, un’installazione immersiva curata insieme a Deyan Sudjic, già direttore del Design Museum di Londra. Il progetto segue il percorso di Rosewood nel design e rende omaggio al lavoro di Branzi attraverso una selezione di opere che riunisce per la prima volta le sue lampade e due murales realizzati dall’autore.
Rosewood e Andrea Branzi: un dialogo alla Milano Design Week
Il titolo della mostra prende forma da un’idea centrale nel lavoro di Andrea Branzi: gli oggetti possiedono una voce, custodiscono una storia, modificano il modo in cui si abitia uno spazio. In un tempo segnato dalla produzione seriale, Branzi cercava sequenze irripetibili. Il progetto di Rosewood segue la stessa direzione, con un’attenzione precisa per artigianato locale, identità e memoria dei luoghi.
Branzi, tra i protagonisti del Radical Design italiano degli anni Sessanta e fondatore di Archizoom Association, ha attraversato linguaggi diversi. Ha progettato oggetti industriali, lavorato con artigiani e manifatture e costruito collezioni in edizione limitata. In ogni passaggio emergeva la stessa idea: il design come esperienza individuale, legata ai materiali e alla narrazione.
Le lampade di Andrea Branzi al centro di Rosewood Objects that Speak

Il cuore dell’installazione Rosewood è composto da quindici lampade monumentali di Andrea Branzi, presentate insieme per la prima volta. Disposte come una radura circolare nel centro dello spazio, costruiscono una pausa nel ritmo della Design Week. Ogni lampada raggiunge fino a tre metri di altezza ed esiste come pezzo unico all’interno della propria serie. La struttura nasce dalla carta di riso giapponese e dalla pietra blu belga. Bambù e foglie d’acero completano la composizione secondo le indicazioni precise di Branzi. La luce attraversa i materiali e trasforma le superfici in figure antropomorfe, quasi presenze sospese nello spazio.
L’effetto cambia man mano che si attraversa l’installazione. Le quindici lampade sembrano dialogare tra loro e riportano nel centro di Milano la ricerca di Branzi, la città in cui il designer ha vissuto e lavorato per gran parte della sua vita. Accanto alle lampade, Rosewood presenta anche due murales dipinti da Andrea Branzi, esposti al pubblico per la prima volta. Il progetto amplia così il racconto e mostra una parte meno nota del suo lavoro, legata alla pittura e alla costruzione dell’immagine.
Deyan Sudjic e la lettura contemporanea dell’eredità di Branzi
La curatela di Deyan Sudjic accompagna il visitatore dentro il pensiero di Branzi senza trasformarlo in una figura distante. Secondo Sudjic, il designer italiano possedeva una qualità rara: teneva insieme la pratica del progetto e la riflessione teorica. Guardava gli oggetti come strumenti capaci di mettere in discussione i sistemi che li producono. Per questo le lampade assumono un ruolo centrale. Nella loro imperfezione, nella scelta dei materiali naturali e nella lavorazione manuale, conservano il carattere di opere irripetibili. Sudjic definisce l’installazione di Rosewood una versione raccolta della grande retrospettiva dedicata a Branzi alla Triennale Milano: un modo per riportarne la presenza nel tessuto quotidiano della città.
Nove designer e artisti internazionali riuniti

“Objects that Speak” prosegue oltre Andrea Branzi e apre il dialogo a una nuova generazione di autori. Rosewood riunisce per la prima volta nove artisti e designer le cui opere sono già presenti nelle sue proprietà nel mondo.
Tra i lavori esposti compaiono il bonsai in bronzo di Marc Quinn, riflessione sul rapporto tra natura e controllo, gli orologi di Maarten Baas, attraversati dal gesto di una mano che spazza il quadrante, e le ceramiche di Angelika Maria Stiegler, costruite come forme in crescita. Accanto a loro entrano nel progetto Jaime Hayon, Frederik Molenschot, Bianca Tschaikner, Casper Braat, Frank De Ruwe e Nicholas Shurey.
Le opere arrivano da linguaggi diversi, eppure seguono una stessa linea: osservano il cambiamento della cultura contemporanea attraverso materiali, forme e gesti. In questo passaggio emerge il lascito di Branzi. La sua influenza continua a vivere nella capacità di aprire nuove letture del mondo e di costruire una conversazione che attraversa generazioni differenti.
Rosewood, il design e il senso del luogo
Per Rosewood, il design nasce dal rapporto con il contesto. Il gruppo alberghiero lavora da tempo con architetti, artisti e designer provenienti da paesi diversi, con l’obiettivo di costruire spazi radicati nella cultura locale. Materiali, artigianato e storie del territorio guidano ogni progetto.
“Objects that Speak” traduce questo approccio in una mostra che tiene insieme design, arte e viaggio. Dopo il debutto milanese, il progetto lascia una traccia precisa: il design conserva valore quando riesce a mettere in relazione le persone con un luogo, una memoria e una materia.
Foto di Daniele Macchi
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