di Anna Balzani
A Palazzo Strozzi e in luoghi simbolo della città oltre settanta opere raccontano il percorso artistico e l’universo poetico di Mark Rothko, indiscusso maestro dell’arte moderna.
Fino al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi dedica un’ampia retrospettiva a Mark Rothko (1903-1970), protagonista dell’arte moderna e innovatore del linguaggio pittorico del Novecento. Curata da Christopher Rothko e Elena Geuna, l’esposizione nasce in stretta relazione con Firenze, dando forma a un confronto intenso tra pittura e architettura, tra memoria storica e sensibilità contemporanea.
Rothko a Firenze ripercorre le principali fasi della carriera dell’artista, mettendo in risonanza la potenza delle opere con alcuni dei luoghi più emblematici della città, evidenziandone il legame speciale e l’influenza che esercitarono sul suo lavoro. Accanto a Palazzo Strozzi, il progetto coinvolge il Museo di San Marco, dove cinque dipinti sono collocati in altrettante celle affrescate da Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, nel quale due quadri dialogano con lo spazio progettato da Michelangelo.
Il percorso espositivo

Immagini Credits Ela Bialkowska, OKNO Studio
L’itinerario segue un andamento cronologico che consente di cogliere l’evoluzione del linguaggio di Rothko e, al tempo stesso, documenta la sua relazione con la tradizione artistica italiana. Sono oltre settanta le opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, provenienti da importanti collezioni private e da istituzioni internazionali come il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Guggenheim Museum di Bilbao e la National Gallery of Art di Washington.
Se le tele degli anni Trenta mantengono un legame con la figurazione e dialogano con l’Espressionismo e il Surrealismo, è alla fine degli anni Quaranta che la sua pittura cambia radicalmente. Le forme iniziano a dissolversi, lasciando spazio a una pittura meno descrittiva e più evocativa. Con i cosiddetti Multiforms Rothko abbandona definitivamente la figurazione, inaugurando un linguaggio che diventerà la sua cifra più riconoscibile. Nelle composizioni degli anni Cinquanta esplora come il colore e la luce possano generare un’esperienza emotiva diretta in chi osserva. Negli anni Sessanta, la tavolozza si fa più scura e raccolta, spostandosi dai gialli e rossi luminosi ai verdi e blu profondi, ai rossi intensi e alle tonalità brune. Il percorso si conclude con la serie Black and Gray (1969-1970) e con le ultime opere su carta, in cui emergono colori più rarefatti come il rosa, il celeste e la terra di Siena.
L’esperienza immersiva delle opere di Rothko

Immagini Credits Ela Bialkowska, OKNO Studio
Davanti alle opere di Rothko lo spettatore è chiamato a ridefinire il proprio ruolo, come parte integrante di uno spazio che non ha profondità prospettica e che, nonostante questo, assorbe lo sguardo. L’occhio cerca un appiglio, ma è costretto a sostare. In questa sospensione — fragile e instabile — si produce l’esperienza più autentica della pittura di Rothko che immerge lo spettatore.
Mark Rothko e il legame con Firenze

Immagini Credits Ela Bialkowska, OKNO Studio
Il primo incontro con Firenze risale al 1950, durante un viaggio in Italia insieme alla moglie Mell che segnò una svolta decisiva nella sua sensibilità. A Firenze, l’incontro con la tradizione pittorica e con l’architettura michelangiolesca introduce una nuova consapevolezza dello spazio e del silenzio. Rothko rimane profondamente colpito dalla pittura di Beato Angelico al Museo di San Marco e dall’architettura del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettata da Michelangelo. Questo ambiente, visitato nuovamente nel 1966, esercita un’influenza duratura, visibile anche nella serie dei Seagram Murals realizzata alla fine degli anni Cinquanta. Nelle tonalità più delicate riaffiora, invece, l’eredità della pittura del Quattrocento e, in particolare, di Beato Angelico. Il senso di equilibrio e proporzione, così centrale nella tradizione italiana e tipica del Rinascimento, riaffiora in Rothko sotto forma di campi cromatici che delineano veri e propri spazi interiori, luoghi di raccoglimento e sospensione.
Come ricorda Christopher Rothko, curatore della mostra e figlio dell’artista, “mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava. Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell’elemento spirituale divenne ancora più centrale”. Un intento che trova piena espressione anche nell’allestimento. Elena Geuna, curatrice della mostra, sottolinea che “la quiete meditativa degli affreschi di Beato Angelico al Museo di San Marco e la tensione spaziale del vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo riecheggiano nella ricerca di una pittura capace di esprimere i più profondi stati d’animo umani”.
Il colore come spazio interiore

Immagini Credits Ela Bialkowska, OKNO Studio
I dipinti di Rothko evocano, interrogano e coinvolgono. Come spiega Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, “Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”, e coniando un linguaggio in grado di parlare direttamente all’emozione.
Rothko abbandona la figurazione di matrice surrealista per dedicarsi a composizioni astratte che diventeranno la sua cifra stilistica. Nelle grandi tele della maturità, le forme si dissolvono e lasciano il posto a campiture cromatiche sovrapposte: il colore diviene protagonista assoluto, si espande occupando l’intera superficie, i margini si sfaldano e la luce sembra affiorare dall’interno. Osservandole da vicino, si coglie la complessità della stratificazione pittorica e la relazione con lo spazio: i colori si compenetrano, si sfiorano, tanto da rendere difficile capire dove uno finisce e un altro abbia inizio, rendendo incerta ogni distinzione tra fondo e forma. È anche in quest’ambiguità che risiede la loro forza magnetica.
Parlare di “astrazione” rischia di essere riduttivo. Lo stesso Rothko rifiutava questa definizione, insistendo sulla dimensione emotiva (e persino drammatica) della sua pittura. Non c’è nulla di pacificato nella sua arte, sotto l’apparente quiete si avverte una tensione trattenuta, una vibrazione continua. Rothko muore nel 1970 a New York, lasciando un’eredità che ha trasformato il colore in esperienza assoluta, capace di oltrepassare la superficie della tela per diventare spazio mentale, luogo di contemplazione che continua, ostinatamente, a interrogare chi guarda.
Immagini Credits Ela Bialkowska, OKNO Studio
Per altri contenuti iscriviti alla newsletter di Robb Report Iscriviti


